Senza categoria 15 | 12 | 2020

Dopo i risultati dell’ultima vendemmia, iniziano a concretizzarsi in forma di dati reali i numeri del vino di questo 2020 conclusosi non proprio nel migliore dei modi. Ad emergere nello specifico il dato quasi scontato di un generale trend negativo, condiviso (seppur in maniera diversa) da tutti i principali player internazionali di settore.

Tuttavia sembra ormai evidente come, rispetto ad altri importanti competitor come Francia e Spagna, l’Italia del vino abbia saputo reggere meglio l’impatto con l’emergenza ancora in corso, perdendo complessivamente meno rispetto agli altri. Un risultato da leggere in modo neutrale in quanto a condizionare l’esito dei mercati, e in particolar modo dell’export, sono stati fattori molto diversi tra loro (non solo legati alla Pandemia, ma anche paralleli ad essa, come la questione dei dazi USA).

Si pensi, per esempio, all’incremento registrato dalle esportazioni italiane nei primissimi mesi a ridosso del primo lockdown quando, per paura di restare a secco, i buyer americani, britannici e, soprattutto, tedeschi scatenarono letteralmente una corsa alla frontiera per assicurare continuità alla distribuzione. Eppure, al netto di ogni considerazione, è lampante come la capacità di resistere alla crisi da parte del mercato italiano sia stata dovuta sia alla stabilità di un settore che, solo nel 2019, aveva saputo guadagnare numeri da record. Un aspetto che unito alla capacità delle cantine italiane di “aggirare”, per così dire, le criticità dovute al blocco alla ristorazione con strategie improntate (anche) sulle nuove frontiere digitali, hanno contribuito ad una generica salvaguardia dell’indotto.

I numeri in negativo ci sono, e questo è assolutamente innegabile. Ma, a conti fatti, con l’Italia che chiude con un valore di export al -4,6% rispetto alla media del -10,5% dei suoi concorrenti, sembra chiaro come sarebbe potuta andare di gran lunga peggio.

Export di vino e Coronavirus: la Francia paga un prezzo più alto

Con un valore negativo delle esportazioni del -17,9%, la Francia è stata in assoluto la nazione più penalizzata dalla crisi sanitaria in termini di export di vini. A soffrire maggiormente è stato il mercato di lusso, con i rossi di Borgogna fermi al palo, anche a causa delle politiche sovraniste di Donald Trump, che per mesi hanno interessato direttamente i rapporti, e gli scambi, con l’Eliseo.

Su scala globale, la perdita di valore complessivo delle esportazioni di vino, in base all’ultimo rapporto dell’Osservatorio Nomisma / Vinitaly, si aggira pressappoco sui 3 miliardi di euro. E se sempre la Francia emerge in qualità di paese che ha pagato il prezzo più alto (1,7 miliardi, oltre la metà del valore complessivo), l’Italia se la cava meglio con “soli” 300 milioni di euro in meno rispetto all’anno precedente.

A incidere sulla media, come detto, il +15% registrato nel primo bimestre dell’anno, con la Pandemia ancora prossima a paralizzare i mercati.

Vini italiano a confronto: chi ha perso di più a causa dell’emergenza

Nella confusione generale dettata dalla pandemia, le cantine italiane si sono più volte ritrovate a fare i conti con numeri altalenanti.

Dati alla mano, a soffrire meno gli effetti della crisi, talvolta persino guadagnando qualche punto, sono state le aziende maggiormente legate al canale della grande distribuzione. Imprese di medie e grandi dimensioni, in grado di generare numeri più alti.

Scendono, invece, oltre il 50% le performance delle PMI del vino, specie quelle operanti in special modo sul canale retail e HoReCa.

Per la prima volta da 11 anni a questa parte, il mercato degli sparkling registra un calo maggiore rispetto a quello dei fermi (-5,7% dei primi rispetto al 4,5% dei secondi). Segnale indiscusso che, in un anno come quello che stiamo vivendo, ci sia stato ben poco da festeggiare. A scendere non è solo il volume di export, ma anche il valore, con le bollicine a quota -9% e i fermi al -2%. Aspetto, quest’ultimo di particolare rilevanza.

Se i produttori, infatti, possono relativamente fare i conti con un calo della domanda a breve termine che, si spera, tornerà a salire una volta rientrata l’emergenza, più critico è invece il pericolo di un abbassamento dei prezzi di mercato a lungo termine. Pericolo concreto, se si pensa che il 20% delle cantine italiane intervistate nel corso di una recente indagine sul tema si è detta costretta ad effettuare sconti e promozioni sugli sparkling per contrastare la riduzione degli acquisti.

Mercati di riferimento delle bollicine italiane

Il pessimo andamento del segmento sparkling potrebbe derivare dalla maggiore veicolazioni di questi ultimi sui canali di vendita più colpiti dall’emergenza, come detto, quello al dettaglio e della ristorazione.

Ma non solo. Al di là delle performance lievemente in calo in Germania e Regno Unito, da sempre tra i maggiori poli di attrazione delle bollicine italiane, tutt’altro sono state quelle registrate in USA, Cina e Giappone. Per quanto concerne il mercato asiatico, il risultato era praticamente ovvio, dato il crollo delle transazioni subito in particolar modo dal trade cinese a causa della pandemia.

Per gli Stati Uniti, invece, il “problema”, se così possiamo definirlo, risiede anche in variazioni di mercato non necessariamente connesse all’emergenza sanitaria. Tra queste, la crescita esponenziale del segmento sfusi, che ha ovviamente penalizzato quello degli imbottigliati. Una fisiologica concorrenza di mercato, con nuovi player, anche locali (come nel caso dei vini californiani) decisi a guadagnare terreno. E alla politica interna, con le disorientanti strategia di Donald Trump, deciso a frenare le importazioni di prodotti stranieri.

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