Senza categoria 15 | 01 | 2021

Se la spinta verso l’e-commerce, determinata dalle ripercussioni dettate dalla Pandemia ancora in corso, è apparsa come una piccola-grande rivoluzione all’interno del settore. Ma la strada da percorrere verso la transizione digitale è ancora lunga e, soprattutto, è appena iniziata.

Secondo gli esperti, con il sopraggiungere dell’emergenza sanitaria, l’Europa ha accelerato di circa 5 anni un processo inevitabile. Quello che vedeva già salire di anno in anno la fruizione e l’interesse da parte del pubblico sulle possibilità offerte dal web. Non solo per quanto riguarda il retail, ossia di acquisto al dettaglio.

L’universo online è un contenitore sempre più ampio, in grado di spaziare tra servizi e strategie di comunicazione diversi tra loro, in modo così rapido da risultare, talvolta, irraggiungibile. Social network, mailmarketing, messaggistica, commercio elettronico, degustazioni online, BtoB da remoto, indicizzazione SEO, campagne a pagamento: tutto questo appariva futuristico solo fino a qualche decennio fa (per non dire quinquennio), mentre oggi costituisce il pane quotidiano per ogni azienda.

Di più. Negarlo significa restare indietro, perdere terreno e, di conseguenza, competitività. Ma cosa penseresti se ti dicessimo che tutti questi servizi stanno per entrare in connessione tra loro?

O meglio, che lo hanno già fatto. Dall’altra parte del mondo.

Il modello di e-commerce cinese

La Cina si appresta a diventare il Paese più tecnologico al mondo e lo fa, anche, rivoluzionando il modo di fare acquisti. Non più semplici e-commerce, marketplace o social network: il futuro è nel cosiddetto “Social Commerce”.

Già da prima della Pandemia, le aziende cinesi avevano iniziato a sperimentare nuovi modi di fare business attraverso le funzioni integrate messe a disposizione dai principali social network del Paese, come WeChat. Non solo una piattaforma per restare in contatto con gli amici e condividere foto, video e pensieri, ma un vero e proprio universo dotato di funzionalità integrate che riguardano ogni aspetto della vita quotidiana.

Ordinare del cibo, pagare le bollette, investire in borsa, acquistare vestiti, vino, beni di prima necessità, articoli da regalo, comunicare con le aziende, trovare lavoro: tutto all’interno di un’unica piattaforma.

L’avvio di questa rivoluzione, in un primo momento, ha interessato poco le aziende occidentali, che ora stanno disperatamente cercando di recuperare il tempo perduto, adeguando – parte – delle loro strategie al modello cinese.

Le prime ad investire sono state le grandi corporazioni, a cominciare da quelle con il maggior interesse nel mercato orientale come L’Oreàl, Unilever e Adidas, il cui fatturato è oggi maggiore in Asia che non nel resto dei Paesi Occidentali.

Multi-canalità, multi-funzioni e multi-guadagni

Nonostante le aziende europee e americane sembrino ancora ignorare la rivoluzione in atto, questa ha già interessato anche il pubblico non cinese, affermandosi in molte nazioni.

È il caso di TikTok, popolare app per video cinese, oggi al pari di altri grandi colossi occidentali, come YouTube, Instagram e Facebook. O Alibaba, tra i primi marketplace al mondo per utilizzo e traffico di utenti, recentemente al centro di uno scandalo a causa delle pressioni dell’antitrust internazionale, che hanno portato in tribunale il suo CEO, il tycoon asiatico Jack Ma.

Ad oggi, il mercato elettronico della vendita al dettaglio in Cina vale oltre 2 miliardi di euro, cioè il doppio di quello americano ed europeo messi insieme. Alla base del suo successo, una strategia che, sulla scia di WeChat, mira ad includere una serie incredibili di servizi all’interno di una sola “super-app”.

Un fattore che coinvolge ogni settore o filiera delle economie nostrane, interessate a ritagliarsi un proprio spazio all’interno del mercato cinese. Compresa quella del vino italiano che, nonostante l’esito negativo registrato in Cina nel 2020 dettato, ovviamente, dall’emergenza sanitaria, è già pronta a risalire la china per tornare ai record ottenuti negli anni precedenti.

E se, anche quest’anno, gli Stati Uniti sono tornati a confermarsi il primo mercato per gli Italian wine fuori dai confini nazionali, è altrettanto vero che in futuro questo trend potrebbe cambiare. Se è così sarà, meglio restare vigili già da oggi su quanto accade nell’estremo Oriente.

Vendere vino in Cina: siamo davvero pronti?

All’inizio della Pandemia, con il crollo del mercato cinese, il mondo del vino (italiano e non) si è interrogato su quando sarebbe stato possibile tornare ai grandi volumi di un tempo. Oggi, a soli pochi mesi di distanza, siamo qui a chiederci se saremo in grado di farlo, adeguandoci al nuovo modello di business digitale che il Paese sta sperimentando.

Trovare buoni contatti con importatori alla ricerca di vino italiano, in fondo, non è così difficile. Ma anche questo potrebbe cambiare presto e, soprattutto, potrebbe essere ancora più duro affermarsi nella grande distribuzione o sostenere la competizione con le cantine cinesi.

La Cina, infatti, ha da tempo avviato una propria produzione enologica divenendo, in appena vent’anni, il secondo vigneto più grande al mondo, con oltre 38mila ettari di superficie vitata nella sola regione di Ningxia, dove la produzione annua complessiva supera le 100.000 tonnellate di vino, per un valore di mercato di 3 miliardi di dollari.

Per primeggiare nel Paese, quindi, occorre tenere alta la bandiera che da sempre contraddistingue i vini del Bel Paese, rendendoli inimitabili, ma anche trovare nuove e più coinvolgimenti forme per comunicarlo. Il tutto sfruttando in modo sempre più efficiente gli strumenti a disposizione dall’UE per l’apertura di nuovi mercati all’estero, a cominciare dai fondi Ocm Vino Paesi Terzi.

Inizia con noi questa avventura: OcmVino.it è la prima agenzia in Italia per richiesta e acquisizione di fondi destinati a cantine vinicole.

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