Senza categoria 28 | 05 | 2021

Nonostante gli Stati Uniti continuino a rappresentare il Paese Target più ambito per l’export di vino italiano, il mercato europeo continua a giocare un ruolo chiave nelle quotazioni delle vendite di vino italiano all’estero. Con la parziale scomparsa del mercato cinese nei primi mesi di emergenza sanitaria, e i dazi approvati dall’ex amministrazione Trump negli States, i produttori italiani (ma anche francesi, portoghesi e spagnoli) nel 2020 sembrano essersi concentrati maggiormente sulle esportazioni “in patria”.

Tuttavia, non tutti i mercati hanno saputo rispondere a dovere. A cominciare da quello tedesco, primo paese per importazione di vino europeo nel Vecchio Continente, sempre più alle prese con un radicale mutamento del mercato. Una transizione che verte soprattutto sulla questione economica, con richieste sempre più pressanti da parte di importatori e pubblico locale di scontistiche e offerte riservate, sulle quali gli stessi produttori sembrano iniziare a trovarsi in difficoltà.

Una consuetudine dettata, da un lato dalla massiccia concorrenza nel paese e, dall’altra, dalla sempre maggiore presenza di produttori locali decisi a costruire una nuova filiera del vino tedesco, basata sulla qualità.

Vendere vino in Germania: cosa accade sul mercato tedesco

Un aspetto, quello della diffusione di vino locale, da non sottovalutare, soprattutto se si pensa che il numero dei wine lover teutonici è cresciuto esponenzialmente nel corso degli ultimi anni. Tra questi, sembra essersi affermata particolarmente la categoria donne-millennials, detentrice fino allo scorso anno del 35% dei consumi di vino nazionale.

Tra i vini più amati, rossi come Amarone, Primitivo, Montepulciano d’Abruzzo e nobili piemontesi. Tra i bianchi, Prosecco e Riesling avevano saputo conquistare le classifiche di crescita in percentuali degli anni scorsi, nonostante il segmento dei fermi restasse il più trainante.

Ascesa frenata dall’emergenza sanitaria, in questo – specie il segmento dei bianchi – risulta ancora oggi il più ancorato al canale Horeca e, di conseguente, il più sofferente a causa delle ripercussioni pandemiche. Nell’anno nero del Coronavirus, il vino italiano in Germania ha registrato perdite sensibili, nonostante le quali l’Italian Wine ha chiuso il 2020 con un valore tra gli 800 e 900 milioni di euro e un totale di oltre 500 milioni di ettolitri importati nel Paese.

Preoccupazioni per l’avvenire non mancano, ma neanche il desiderio di tornare a mettersi in gioco per recuperare il terreno perduto.

E se è vero che la birra resta la bevanda alcolica più venduta, i traguardi raggiunti dal vino italiano in Germania tra il 2018 e il 2019 lasciano ancora ben sperare. Sogni, purtroppo, traditi dall’insorgere dalla pandemia, ma ancora lì a dimostrare quanto esista ampio margine di crescita all’interno del paese, nonostante la spietata concorrenza.

Esportare vino in Svizzera: cosa devi sapere

Il perché la Svizzera abbia da sempre rappresentato un polo di attrazione interessante per il vino italiano è presto detto. Culturalmente vicina, benestante, ampia diffusione della lingua italiana, vicinanza geografica e, sicuramente non da meno, possibilità di beneficiare di finanziamenti come l’Ocm Vino Paesi Terzi per azioni di apertura nuovi mercati.

Grazie agli accordi commerciali con l’Europa, dalla quale la Svizzera è formalmente fuori ma in buoni rapporti, il paese risulta commercialmente interessante per l’export di vini, anche per via della nutrita presenza di ristoratori italiani. Non a caso, proprio la Svizzera è stata, insieme alla Svezia, uno dei pochissimi paesi target del vino italiano a chiudere in positivo il 2020.

Un dettaglio che suggerisce come siano stati in molti a preferire la vendita dei propri vini in questo mercato anche per via della copertura economica offerta dagli Ocm, in parte a fondo perduto. In un anno difficile come quello appena trascorso, questo aspetto ha rappresentato di certo un incentivo. Incentivo che, unito all’abolizione dei certificati di importazione di vini nel Paese negli anni scorsi, ha certamente fatto la differenza.

Export di vini in Regno Unito: cosa cambia dopo la Brexit

E veniamo alla Gran Bretagna, sul podio delle nazioni europee importatrici di vini italiani insieme alla Germania. Proprio come la sua consorella teutonica, la Gran Bretagna ha costruito in questi anni un fortissimo mercato per i bianchi fermi.

La predilezione del pubblico inglese per la bevanda supera quella tedesca, con il vino divenuto lo scorso anno la prima bevanda alcolica per consumi in UK. Tra tutti, il caso più interessante degli ultimi anni è stato quello del Montepulciano d’Abruzzo, cresciuto in popolarità e valore in modo esponenziale, proprio come altre denominazioni.

A differenza di altri paesi, il Regno Unito si distingue per una nutrita richiesta di sfusi da imbottigliare. Fenomeno che, a dire il vero, negli anni passati ha dato vita anche a molteplici tentativi di frode, come la vendita di bollicine spacciate per Prosecco o altre denominazioni di pregio. Ed è sempre l’Inghilterra a distinguersi per un altro interessante fenomeno: quello della diffusione dei vini in lattina, che avevano iniziato ad essere lanciati sul mercato prima dell’avvento della pandemia.

Soluzione che potrebbe rivelarsi utile anche in previsione dei nuovi accordi, previsti ormai per il prossimo anno, sotto il profilo Brexit, a causa della quale potrebbero essere applicati nuovi rincari sui prodotti di importazione, ammortizzabili grazie alle confezioni in alluminio.

In attesa di vedere cosa accade, il comparto del vino italiano non sta certamente aspettando con le mani in mano, monitorando e incrementando il numero di contatti con importatori britannici confidando nel buon senso del Governo locale e della stessa Commissione UE, ma anche alle potenzialità espresse dall’online.

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