News 23 | 04 | 2020

Un mercato importante, che ha saputo tenere testa a innumerevoli difficoltà, crescendo esponenzialmente negli ultimi anni all’interno del trading globale. L’export di vino italiano gode ancora di buona salute, nonostante gli sconvolgimenti globali dettati dalla crisi Coronavirus. Ma sono necessarie nuove strategie per tutelarlo in un periodo tanto delicato.


Il biennio 2019-2020 sembra essersi accanito contro il vino, sia a livello globale che locale. La prima doccia fredda è arrivata dalla crisi georgiana, con il Cremlino deciso a stoppare, tra gli altri, l’ingresso di vini provenienti dallo scomodo vicino russo privilegiando, in un certo senso, quelli europei.

Poco tempo dopo, le pesantissime dichiarazioni del presidente USA Donald Trump, deciso ad applicare fino al 100% di nuovi dazi sui vini di importazione, ha fatto sobbalzare sulla sedia produttori e operatori di settore di mezzo mondo.

Infine, all’inizio del nuovo anno, è arrivato il Coronavirus. Insomma, mesi di montagne russe per l’export made in Italy che, nonostante i tanti sconvolgimenti, è stato però in grado di tenere botta e, talvolta, di rilanciare in grande stile per acquisire terreno.

È il caso del Brunello, volato negli States a fine gennaio per presentare la nuova annata direttamente sul mercato USA, coinvolgendo 50 cantine del Consorzio e oltre 1.000 operatori tra giornalisti, ristoratori e rappresentanti del settore enoico.

O quello del Barolo e Barbaresco, ambasciatori a New York il febbraio scorso per il BBWO (Barolo & Barbaresco World Opening), alla presenza di ospiti d’eccezione come lo chef Massimo Bottura e i cantanti del gruppo musicale Il Volo.

Strategie che, fino ad oggi, hanno saputo restituire frutti eccellenti, comprovati dagli ottimi numeri dell’export di vino italiano da qualche anno a questa parte. Ora, però, ferme ad un giro di boa a causa degli sconvolgimenti dettati dall’emergenza Coronavirus.

Parola d’ordine: ripartire. Un mantra privo di significato senza l’opportuna progettualità.

La fase 2 del Governo è alle porte, e dovrebbe disincagliare lo stallo venutosi a creare con la chiusura forzata di bar e locali di ristorazione (con i mancati guadagni derivanti, appunto, dal canale HoReCa). Una ripresa, però, che si preannuncia tutt’altro che semplice, con pronostici di FIPE e Coldiretti che parlano di un pieno ritorno alla normalità non prima del prossimo autunno.

Va da sé, quindi, che gli investimenti si concentrino sul mercato export, rimasto tutto sommato stabile nonostante il caos generato dalla pandemia. Restano ora due incognite: la necessità di rivedere il piano di rendicontazione degli Ocm 2019, richiesti per l’apertura di nuovi mercati (non investiti a causa degli annullamenti di fiere ed eventi di settore) e quella di implementare le business strategies in digitale, per continuare le attività di trade.

Fondi Ocm vino: associazioni di categoria chiedono revisione a Bruxelles

È un unico coro quello che si alza da enti e associazioni di categoria legate al settore enoico italiano, per richiedere a Bruxelles di rimodulare la rendicontazione di finanziamenti ottenuti per il biennio 2019-2020.

Il problema principale, come specifico, resta l’impossibilità di rispettare i progetti presentati a causa dell’annullamento di fiere e fair trade per le quali le aziende avevano richiesti i contributi. Una mancanza che certamente non dipende dai cantine vinicole, che potrebbero però essere penalizzate a causa dell’inottemperanza venutasi a creare.

Un particolare sul quale, in realtà, sembra si stia già muovendo la Commissione Europea, che, oltre ad una proroga sull’invio di rendicontazione, riflette ora sulla possibilità di inserire nuove spese ammissibili tra quelle previste dal bando. Un modo per agevolare la fruizione degli incentivi richiesti, che al 99% potrebbe prevedere investimenti in ottica digital.

Alla voce del Capo del Dipartimento delle Politiche Agricole Giuseppe Blasi, tra i primi a richiedere la proroga poi concessa, si sono aggiunte quelle di numerosi esponenti istituzionali e operatori di settore, che chiedono ora ad Agea e Mipaaf di poter usufruire dei fondi Ocm non spesi come indennizzo per i mancati introiti delle cantine.

Tra questi, l’assessore regionale all’agricoltura della Regione Calabria Gianluca Gallo, giuristi dell’agroalimentare come Fabio Lucchesi e la stessa ministra alle politiche agricole Teresa Bellanova, che ha ribadito come “La priorità sia ora utilizzare i fondi dell’Organizzazione comune del mercato del vino chiedendo l’attivazione della misura distillazione di crisi a livello Ue“.

Precisando però: “occorre verificare quante risorse dell’Ocm non saranno spese entro il 15 ottobre 2020. Nel caso l’intervento non dovesse essere sufficiente, proporremo nel DL una misura specifica integrativa“.

Molto interesse e tempestiva operatività per uno dei settori più floridi e fondamentali dell’economia made in Italy.

Export vino italiano: gli investimenti si spostano sul digitale

Dalle piccole cantine a conduzione familiare ai grandi produttori: il lock down ha inciso positivamente sulla riconversione in digitale di molti aspetti relativi al lavoro in vigna, ancora troppo trascurati.

Le innovazioni tecnologiche in cantina, scandite da maggiore informatizzazione, hanno iniziato ad acquisire punti in graduatoria anche negli ultimi bandi di settore (come l’ultimo bando Ocm Investimenti dell’Emilia-Romagna per riconversione e ristrutturazione vigneti). Fino alle strategie orientate a perfezione i servizi in Cloud per la gestione aziendale e a reperire nuovi contatti per la vendita di vino all’estero.

Tra queste, i maggiori investimenti si concentrano su servizi che, forse, potrebbero essere rendicontati alla scadenza degli Ocm 2020. Dal trading alle promozioni a pagamento, fino alla ricerca di operatori mediante attività di intermediari digitali.

Insomma, il mondo del vino italiano vede nella crisi un’opportunità, nonostante le molte difficoltà e, al momento, una grande incertezza per il futuro.

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